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Arte, fede e cultura dell’annunciazione

L’annunciazione passa in vari campi della storia, della fede e della cultura.

Dall’onomastica, dove il nome è declinato al femminile e al maschile (Annunziata, Annunziato o Nunzio), alla designazione dei membri di alcuni istituti religiosi, come le Annunziate (o Annunziatine) di Lombardia organizzate a Pavia (1408).

In numismatica esisteva l’Annunziata, moneta d’argento del valore di 14 soldi e l’Annunziata piccola o Nunziatina del valore di 7 soldi, ambedue coniate da Ferrante II Gonzaga, duca di Guastalla (morto nel 1630).

L’Ordine cavalleresco della casa di Savoia, istituito nel 1364 da Amedeo VI, come Ordine del Collare, viene denominato da Carlo III, nel 1518, Ordine dell’Annunziata, insigne onorificenza, riservata a personaggi di alta benemerenza; l’Ordine non è più riconosciuto dalla Repubblica italiana.

Soprattutto in iconografia emerge il tipo dell’Annunziata, reso famoso da un quadro di Antonello da Messina (1474), che percorre in infinite variazioni tutti i secoli.

Possiamo affermare che si tratta del tema preferito dagli artisti cristiani, a cominciare dall’ignoto pittore delle catacombe di Priscilla che raffigura la Vergine seduta in trono e il messaggero in piedi (III secolo).

Nell’arco trionfale di Santa Maria Maggiore a Roma (432-440) il mosaicista rappresenta la Vergine vestita da principessa, mentre però lavora il filo di porpora secondo il racconto degli apocrifi; in alto l’angelo in volo verso di lei è raffigurato come una Nike annunciatrice di vittoria.

Nel VI secolo avvengono dei cambiamenti: Maria passa da sinistra a destra risultando enfatizzata perché punto d’arrivo del movimento dell’occhio, inoltre da seduta comincia a essere raffigurata in piedi in atto di parlare, per esempio, nella miniatura del Codice di Rabbula (VI secolo).

Nel Medioevo la Vergine si trasforma in orante e al posto del fuso regge in mano il libro del salterio o della Parola di Dio, oppure – come avviene nella cappella degli Scrovegni affrescata da Giotto (1305) – sia Maria che l’angelo sono in ginocchio. Inoltre incominciano a comparire le persone della Trinità: il Padre, lo Spirito e il Verbo in forma di piccolo bambino. Nel mosaico di Pietro Cavallini in Santa Maria in Trastevere (1291) alla sommità della scena si scorge il volto del Padre e in una scia che parte da lui emerge la colomba simbolo dello Spirito. L’iconografia ha espresso la libertà della fanciulla di Nazaret attraverso il gesto delle mani di Maria di fronte all’angelo, che rivolte col palmo verso l’esterno, indicano l’iniziale turbamento; se, al contrario, sono ripiegate sul petto, esprimono il consenso. Il motivo delle braccia incrociate in atto di preghiera, già presente in Giotto e in Bernardo Daddi (1330), diviene abituale nelle varie raffigurazioni intensamente mistiche del Beato Angelico (m. 1455).

Con il susseguirsi dei secoli cambia pure l’ambiente della scena: se Jan van Eyck la colloca all’interno di una chiesa gotica in piena atmosfera sacrale (prima metà del XV secolo), Leonardo la situa in un meraviglioso giardino rinascimentale, dove non manca un capitello della romanità classica (ca. 1472). Con Crivelli l’Annunciazione assume una dimensione pubblica, con la presenza accanto all’angelo di sant’Emidio, che sorregge la città di Ascoli assurta da poco a città  autonoma per concessione di Sisto IV (1482).

Nel Rinascimento il “bastone viatorio” o “scettro di Gabriele” si tramuta in elementi vegetali simbolici: un ramoscello d’ulivo nella famosa Annunciazione di Simone Martini (1333) o un giglio nel Codice miniato di Chantilly (1411-16), che tanti artisti posteriori preferiranno, come Filippo Lippi (1445) e Botticelli (1489). Talvolta l’angelo reca in mano una palma, come si vede in un pannello della Maestà di Duccio (1308-11), ma allora si tratta dell’ultima annunciazione fatta a Maria tre giorni prima della sua Dormizione.

Dopo l’inondazione di luce della dimora della Vergine con l’ingresso di Gabriele accompagnato da una schiera di angeli, che caratterizza l’Annunciazione di Tintoretto (1583-87), di El Greco (1596-1600) e di Guido Reni (1631-32), i preraffaelliti con Dante Gabriele Rossetti (1850) riportano Maria sulla terra, anzi nel suo letto dove la sorprende il messaggero celeste, oppure la collocano  biancovestita su una stuoia e su un tappeto orientale (James Tissot, 1895). Infine, l’astrattismo rappresenta l’evento con il solo accostamento di colori (Gerhard Richter nel 1973 e Brice Marden nel 1978).

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