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Modica: i giorni dell’alluvione. Parte 2

LO SCENARIO DOPO L’ALLUVIONE

La campagna presentava un aspetto desolante. Enormi estensioni di terreno era. no state private dell’humus e si erano trasformate in lisci pianori di rocce nude. Migliaia di alberi erano stati sradicati e quelli che avevano resistito alla furia del vento e dell’acqua, avevano perso le foglie ed i frutti ; particolarmente grave si presentava la perdita totale delle ulive che, al tempo dell’uragano, non erano state ancora raccolte. Quasi tutti i granai erano stati allagati ed il frumento aveva fatto compagnia al fango, nella sua corsa verso la rovina. Le case coloniche erano, per la maggior parte, inabitabili per i gravissimi danni subìti: tetti scoperchiati, imposte e porte divelte, mura lesionate. Migliaia erano i capi di bestiame annegati: tori, vacche, cavalli, asini, pecore, capre, maiali, galline. L’aria era ammorbata dal fetore di migliaia di carogne in putrefazione. Con l’inverno alle porte, i contadini, i braccianti, gli ortolani, i mezzadri ed i piccoli proprietari terrieri vedevano approssimarsi lo spettro della carestia. Moltissime strade erano interrotte da frane o sepolte sotto alti strati di fango. Tutte le depressioni si erano trasformate in acquitrini melmosi che soltanto una lunga estate avrebbe potuto risanare; al danno presente, si aggiungeva l’impossibilità della semina e, in conseguenza, il danno del futuro raccolto mancato. Degli orti della fiumara, vanto e risorsa dell’economia modicana, faceva pena il solo sentirne parlare. Quelli che per decenni avevano trovato posto nell’immenso alveo del Moticano, non esistevano più, nella zona di confine, l’alluvione aveva depositato cumuli enormi di massi, macigni e pietre; anche l’estrema periferia, limitata dalla comunale per Scicli, non era stata risparmiata: gli ortaggi erano stati strappati o abbattuti dalla violenza dell’uragano e gli alberi, come quelli della campagna, spogliati dei loro frutti.

Il quartiere dietro la Chiesa di Santa Maria, attraversato dal Pozzo dei Pruni, era tutto una rovina ed offriva l’aspetto desolante di una zona terremotata. Tutte le case costruite sull’ultima ansa del torrente, non esistevano più. Delle palazzine di due o tre piani, costate diecine di migliaia di lire, non erano rimaste neppure le pietre.

Lo Sbalzo (u Vausu) aveva ripreso l’antico a. spetto di teschio dalle cento occhiaie vuote ; tutte le grotte che da tempo immemorabile davano asilo con. temporaneamente ad uomini e ad animali e che la civiltà moderna aveva arricchito di modeste anticamere in muratura, nel giro di pochi minuti aveva. no perso tutti i loro orpelli, in un vorticoso ritorno alle origini. Palazzi massicci come quelli di casa Galfo, casa Cannata e casa Tantillo, se non erano crollati rovinosamente, lo dovevano ai loro robusti e giovani pilastri in pietra forte ed alle adiacenti casupole che avevano arginato, con il loro sacrificio, la prima furia tremenda della fiumana. L’acqua, comunque, era arrivata sino a coprire i pianterreni ed i primi piani, lesionando volte, pareti e mura perimetrali.

Tutti i negozi della Via Santa Maria, di Via Dione e Via Umberto avevano avuto porte e finestre scardinate ed erano stati depredati della merce che contenevano: tessuti, scarpe, generi alimentari, preziosi, vettovaglie, libri. I grandi magazzini, nei pressi della Chiesa di Sant’Agostino o attorno allo Stretto, che contenevano centinaia di salme di grano appena raccolto, subirono danni incalcolabili. La maggior parte del prezioso cereale fu portato via dall’acqua, attraverso le grandi porte sfondate o attraverso i var chi delle mura abbattute; il resto rimase a germogliare in mezzo al fango all’interno o all’aperto, sui marciapiedi. Nelle povere case e nei tuguri di Via Santa e Santa Marta, la piena aveva fatto razzia di uomini, mobilio, attrezzi di lavoro e corredi.

Sin qui, i danni subiti dai privati. Ad essi erano da aggiungere i danni alle opere pubbliche. Per imprigionare le acque della ricca falda sotterranea della Fontana San Pancrazio o Fontana Grande, il Comune aveva speso oltre 150.000 lire per la costruzione di una diga, nelle profondità del terreno alluvionale adiacente al letto del torrente Pozzo dei Pruni. L’alluvione incrinò la diga sotterranea in più punti, menomandone l’efficienza, e trascinò per circa un chilometro una macchina a vapore, pesante più di una tonnellata, che era servita a prosciugare la zona dei lavori (“). La forza che aveva operato l’incredibile trasporto era la stessa che aveva piegato ad angolo retto le aste verticali di ferro da tre centimetri che sostenevano le ringhiere di ferro davanti alla caserma San Francesco!

I ponti che coprivano il torrente da Piazza Municipio sino allo Stretto, erano stati danneggiati o distrutti. Circa la metà della copertura dell’alveo Santa Maria era letteralmente saltata in aria e, con essa, vent’anni di lavoro e diverse centinaia di mi. gliaia di lire. Il lastrico dell’alveo era stato divelto e la fogna che correva sotto di esso, scoperchiata. I parapetti dell’alveo scoperto erano crollati ; i grossi bastioni su cui era sorta la Via Nuova Stretto erano stati scavati e l’acqua aveva portato via i muri e la strada.

I FATTI SUCCESSIVI ALL’ALLUVIONE

Nelle ore e giorni successivi il 26 Settembre, vengono recuperati i cadaveri delle povere vittime modicane dal fango e le macerie. Soldati, contandini, volontari e tutti coloro che si prestarono alle operazioni di recupero e sgombero, raccolsero i resti dei poveri corpi schiacciati, appiattiti come limoni spremuti.

A dare, purtroppo, il maggiore contributo in vite umane, fu il quartiere Sant’Agostino. L’alluvione uccise più di 30 vite, tra Via Santa, Vico Trombatore, Vico Colonna e Vico Figura. Intere famiglie di 4-5 persone furono annientate nel giro di pochi minuti.

Ad essi si aggiunsero nei giorni successivi molti corpi ritrovati in mare, lungo il litorale tra Pozzallo e Santa Croce Camerina, raccolti dai pescatori del luogo. Essi furono composti sui grandi carri da trasporto e portati nelle chiese in cui c’era ancora posto per l’esposizione e il riconoscimento (Carmine, Sant’Agostino e del Rosario).

Tanti furono i bambini trovati da soli sul lastrico, senza tetto e senza famiglia; le moglie e le madri che giravano di chiesa in chiesa in cerca del proprio marito.

I carri facevano andirivieni e si lavorava alla luce delle torce e delle lanterne a petrolio. In questo frangente di ricerche affannose e di corsa contro il tempo, per salvare qualora fosse ancora possibile qualche vita umana, si attivarono da subito carabinieri, soldati, popolani volontari, con zappe, picconi e badili, oltre che con mani nude. Non molto lontano da Modica, tra Siracusa e Palazzolo Acreide, anche la corriera postale ebbe grossi problemi ed i cavalli, spaventati dai lampi e tuoni della tempesta, andarono a briglia sciolta verso il burrone ed il postiglione, si salvò per miracolo, perché prima di questo episodi in cui i cavalli si imbizzarrirono, fu sbalzato dalla vettura, in un fossato peno di acqua.

Non era facile la comunicazione sia tramite telegrafo, che con la ferrovia, perché entrambi, furono rovinati in più punti, nella tratta e nei pali del telegrafo e i lavori di riparazione, intrapresi con grande coraggio, non furono facili, visto che la pioggia era incessante e violentissima.

Per cercare maggiore aiuto, i messi comunali, vennero inviati nelle campagne per chiamare tutti coloro che non sapevano del tragico accaduto, mentre il sottoprefetto si mise al telegrafo e, non appena fu possibile, chiese i soccorsi al prefetto di Siracusa che si mosse subito accompagnato dagli ingegneri del Genio Civile Simoncini, Calvo e Del Catello, dall’ingegnere capo della provincia di Siracusa, Schisaro e dal  Delegato Foti. La delegazione provinciale fu completata dal seguito di una compagnia di soldati del Genio e di Artiglieria.

Il prefetto insieme al Sindaco Giunta, coordinarono da palazzo San Domenico, l’ordine pubblico e si videro costretti ad usare la loro autorità per usare il telegrafo, fino a quel momento preso d’assalto dai corrispondenti delle più importanti testate giornalistiche nazionali.

Il Sindaco inoltre inoltre richieste di aiuto ai Comuni più vicini, affinché assicurassero quantità di pane confezionato, dato che l’alluvione aveva distrutto tutti i mulini ubicati lungo il torrente.

Le prime scorte di pane arrivarono dai panifici di Modica Alta, che lavorarono alacremente, e dai panifici di Ragusa, con carri a trazione animale, dato che il ponte ferroviario era stato danneggiato.

Il Prefetto telegrafò al Ministero delle Finanze per chiedere la sospensione del pagamento delle imposte nel circondario di Modica, secondo la legge del 1897, la quale prevedeva lo sgravio dell’imponibile per le località in cui si erano verificati pubblici disastri.

Il Ministro delle Finanze accordò la sospensione della  riscossione della rata di Ottobre sull’imposta  dei fabbricati, terreni e categoria B.

Per ciò che atteneva il settore scolastico, si decise di rimandare gli esami di riparazione.

Gli studenti universitari di Modica, inviarono un telegramma al Ministro Nasi nel quale chiesero di far prorogare gli esami di un mese all’università di Catania, vista l’impossibilità morale e materiale di poter sostenere qualsiasi prova  di sorta inerenti gli studi a causa dell’immane disastro che ha toccato molte famiglie che hanno subito uno sconvolgimento negli affetti e averi.

Le vittime dell’alluvione del 26 Settembre furono 112, 55 uomini e 57 donne. E’ dovere tuttavia aggiungere che le vittime furono di più. Non si riuscì purtroppo a risalire alla loro identità a causa dei danni che il loro corpo aveva subito.

Alla notizia della grande sventura che aveva colpito l’estremo lembo della Sicilia, seguirono telegrammi di partecipazione al dolore comune e al Sindaco da tutta Italia, Milano, Palermo, Venezia , Genova, Napoli ed altre città.

Il Ministro dell’interno, sollecitato dal Prefetto di Siracusa ad inviare un sussidio, invio un contributo di 2000 lire! Il Sindaco di Modica chiese se si fosse trattato di un errore di trascrizione telegrafica, tenuto conto che dalle prime stime dei danni da lui effettuate, appurò che tra città e campagna, ammontavano a circa due milioni, un centinaio di morti, seicento senza tetto, per una città tra le più grandi d’Italia a quel tempo, senz’acqua, rete stradale, illuminazione.

Poichè la notizia delle 2000 lire fu trapelata subito, l’indomani del 27 Settembre, diversi gruppi di gente con atteggiamento minaccioso e cartelli di protesta scesero in piazza Municipio. Per palacare gli animi in stato di rivolta, il Sindaco Giunta fu costretto a  comunicare che si trattava solo di un anticipo e che avrebbe provveduto quanto prima a inviare al Comune di Modica una somma ben più consistente.

D’altronde il bilancio ministeriale prevedeva, per casi di gravi necessità, una somma di ben 200 mila lire.

Il Vescovo di Noto inviò 1000 lire, frutto di una raccolta tra i parrocchiani, di cui 300 lire dalla sia borsa.

Re Vittorio Emanuele III mise a disposizione dei danneggiati di tutta la Sicilia sud Orientale la somma di 50 mila lire, che venne distribuita dal Giolitti in 35.000 al prefetto di Siracusa e 15.000 al prefetto di Catania, mentre qualche settimana prima il 3 Agosto, lo stesso re aveva destinato la somma di 100.000 lire per la ricostruzione del campanile di San Marco a Venezia.

I grandi magazzini adiacenti alla Chiesa di Sant’Agostino ed attorno lo Stretto, contenenti centinaia di salme di grano appena raccolto, subirono danni incalcolabili. Fecero la loro comparsa a Modica i banditori privati, preceduti dal caratteristico suono del tamburo che rullando, annunciava alla cittadinanza che si sarebbe  tenuto l’indomani mattina in piazza Mercato e piazza Carmine, la svendita di cereali e legumi bagnati a prezzi stracciati, se si pensa che il frumento condizionato, fu venduto a una lira a tumulo. I fratelli Giorgio e Michele Frasca  ad esempio, cedettero grosse partite di proprietà a mezza lira a tumulo.

I banditori diedero altresì notizia del fatto  che i negozianti di abbigliamento e di calzature, che avevano recuperato qualcosa, avrebbero barattato la merce con generi alimentari, denaro e altro materiale.

Il 27 Settembre, tutti i fornai di Siracusa, lavorarono giorno e notte per ordine del Sindaco della città, per inviare pane a Modica, che arrivò con due vagoni pieni. I generi di prima necessità che vennero inviati anche da Ragusa, Noto ed Acireale, vennero distribuiti dai Vigili Urbani nel largo Salone, tra i ponti Pilera e piazza Monumento.

Il 28 Settembre il Sindaco avvertiva la cittadinanza che la fiera di San Michele, la quale vantava una lunga tradizione e si teneva ogni anno il 28 Settembre, era stata sospesa.

Per citare alcuni esempi di solidarietà, riportiamo l’iniziativa di un grossista tessile di Parma, signor Ugo Terzi, il quale inviò un telegramma al Sindaco di Modica con accluse 500 lire e chiese l’autorizzazione di poter realizzare una cartolina che avrebbe venduto a 20 centesimi, con la dicitura “A BENEFICIO COLPITI MODICA”, dando a chi ne acquistasse più di una, la possibilità di vincere, tramite estrazione regolare con Notaio, una villa nel territorio dell’Appennino Parmense.

Il Sindaco diede approvazione favorevole tramite telegramma inviato alla Prefettura di Parma.

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