Mio nonno aveva una strana abitudine: mangiava una volta al giorno, verso le tre del pomeriggio. Il suo pasto abituale era una minestra condita con delle patate e con abbondante peperoncino rosso.
Gli faceva da piatto un coperchio di una vecchia gamella militare avuta in regalo da chissà quale reduce di guerra. Ne mangiava la metà avendo cura di conservare l’altra per mia madre che rincasava più tardi. Questa però nemmeno l’assaggiava temendo il piccante del peperoncino e mi esortava a non azzardarmi ad assaggiarla.
Nonno Vanni finiva il frugale pasto con una abbondante bevuta di vino dal caratello che stazionava stabilmente a lato della vecchia sedia di zimmarra: solo così poteva spegnere il fuoco che gli ardeva in bocca.
Io mi comportavo normale come un bambino qualsiasi ed ero disubbidiente come tutti i bambini di questo mondo. Una volta in un batter d’occhio, di nascosto, affondai il cucchiaio nella gamella e… apriti cielo le mie papille gustative bruciarono all’impazzata.
Non potevo gridare aiuto temendo i rimproveri e qualche sculacciata da parte di mia madre e chiesi una fetta di pane alla vicina di casa per mitigare tanto ardore e facendo il proposito (che poi mantenni per il resto della mia vita) di non ripetere più quell’esperienza.
Ora su questo tipo di peperoncino ho riflettuto per anni pensando di che tipo potesse essere.
Era rigorosamente coltivato sull’uscio di casa in una serie di contenitori che variavano da vecchie latte di conserve di pomodoro a vecchi pitali in disuso.
Prima pensavo che fosse coltivato e regalato ai modicani dai monaci gregoriani provenienti da Mileto di Calabria nel sesto secolo per opera di Papa Gregorio; essi si erano insediati a Modica Alta presso la chiesa di San Giovanni (prima dedicata a San Pietro).
Poi dopo diverse ricerche storiche optai per una seconda ipotesi, forse la più realistica: questa pianta sicuramente era discendente dall’ “Habanero” messicano coltivato nella penisola dello Yucatan dalle popolazioni Maya ed era stato importato dagli Spagnoli insieme alla cioccolata e forse regalato ai contadini iblei da un tale signorotto Girolamo Alecci feudatario di Bellocozzo nel 1550.
A Modica Alta se ne faceva un grande uso perché era il condimento per minestre e carni in genere: il tutto accompagnato dal generoso vino nero che molti coltivavano negli appezzamenti della Marza.
Il quartiere pullulava di mescite di vino, localmente dette “putìe”, che offrivano oltre al vino, uova sode, pezzi di formaggio salatissimo ( il tumazzo o canestrato che proveniva da una lavorazione rozza del latte – era il primo affioramento della bollitura), le più raffinate offrivano delle profumatissime insalate di polpi e il classico bollito di carne che era insaporito naturalmente con il peperoncino che abbiamo descritto.

(Francesco Cataldi-Manfrè)

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